Una ‘catena di montaggio’ di le startup. Il modello E-Novia, spiegato

Come funziona una fabbrica di startup che ha portato in Italia un modello nuovo. Intervista a Vincenzo Russi, ad di E-Novia

“No, non siamo un incubatore d’impresa, né un acceleratore. A noi piace definirci una fabbrica. Una fabbrica di startup”.

Vincenzo Russi, classe 1959, amministratore delegato di E-Novia, sintetizza così l’idea che nel 2015 ha portato lui, Ivo Boniolo, Sergio Savaresi e Cristiano Stelpa a creare l’azienda. Attraverso partnership mirate con le Università, E-Novia finanzia ricerche in grado di far nascere “idee che possono diventare imprese”. Un modello inedito in Italia, meno all’estero, che ha portato la società a sviluppare finora 12 aziende e un fatturato che lo scorso anno si è chiuso a quota 3milioni (+75% sull’esercizio precedente). “Per ora abbiamo un forte focus su startup della mobilità e dei big data. Abbiamo finanziato ricerche che hanno prodotto aziende come Blurake eHiride, sistemi intelligenti per migliorare le prestazioni delle biciclette. Ognuna di queste aziende, tutte controllate di E-Novia, vengono da ricerche universitarie che noi abbiamo finanziato. I loro manager sono ex dottorandi delle facoltà, molti dal Politecnico di Milano”.

Una catena di montaggio di startup. Ognuna, sono 12 in tutto le controllate di E-Novia, lavora ad un progetto o a una parte del progetto. La più nota è Zehus, una batteria per biciclette che massimizza l’energia prodotta dalle pedalate, e finora ha raccolto 5.5 milioni di euro raccogliendo finanziamenti anche da Invitalia Ventures, il fondo della controllata del ministero dell’Economia. “Il nostro modello si basa su fatturato dei prodotti creati e exit. Noi facciamo nascere queste imprese, diamo loro una struttura imprenditoriale e l’obiettivo finale è venderle una volta che avranno le spalle robuste”, spiega Russi.

“Oltre la mobilità, stiamo lavorando molto sull’intelligenza artificiale e il cloud per la raccolta e l’elaborazione dei dati che arrivano dai nostri sensori. In molti riconoscono che da questi dati sarà più facile la prevenzione delle malattie, ed è molto importante raccoglierli”. Una forte propensione all’hardware quindi. “Le 12 società nate in E-Novia hanno tutte un core business legato al mondo dei veicoli. Per noi è una strategia precisa. Sappiamo che è un buon mercato e che queste tecnologie sono in rapido sviluppo. Sono le stesse che vengono sviluppate in ambito automotive, ma noi non possiamo competere con i colossi dell’auto. Quindi le applichiamo al mondo delle due ruote e degli appassionati della corsa in bici”. Alcune delle imprese nate in E-Novia riguardano la robotica applicata alla produzione di beni. “Sensoristica e robotica vanno insieme. Guardiamo con molta attenzione al piano Industria 4.0 del governo, oggi già i primi effetti si sentono perché abbiamo avuto le prime commesse per alcuni dei nostri sensori”, rivela Russi.

La lezione della Silicon Valley
E-Novia è un’azienda italiana. Ma Russi, che per anni ha lavorato come manager in Silicon Valley e Boston, per il futuro guarda al di là dell’oceano. “A metà maggio apriremo una sede a San Francisco. Io come imprenditore sono cresciuto lì. Negli anni Novanta ho visto nascere i primi incubatori d’impresa come Y-Combinator e 500 Startups. So che loro stanno cominciando a sganciarsi dagli investimenti in applicazioni puramente software per puntare sul mondo dei veicoli e più in generale dei prodotti fisici. Per noi potrebbe aprirsi un mercato interessante”. Con questo passo l’azienda si prepara anche a varare un nuovo aumento di capitale. “Cercheremo nuovi soci e nuovi partner industriali. L’obiettivo è raccogliere 20 milioni”.

Finanziare ricerche che diventano imprese
Quello che è del tutto innovativo come modello è il rapporto con le università italiane. “Noi finanziamo le ricerche. Facciamo con le università dei contratti quadro e le idee che ne vengono fuori diventano nostre imprese. L’università porta in autonomia le sue ricerche su dei temi. Una volta completate le ricerche a noi spetta trasformarle in business”. Nel Regno Unito questo modello ha portato alla nascita nel 2001 di Ip Group, oggi quotato a Londra con una capitalizzazione di mercato di 788 milioni.

Ma avere lo stesso successo in Italia è difficile. “Noi conosciamo le difficoltà dell’ecosistema italiano dell’innovazione. Prima di investire abbiamo provato a ragionare se non fosse meglio fare come gli altri e creare acceleratori o incubatori di startup. La nostra soluzione è stata suggerita dal fatto che la vera innovazione oggi in Italia si fa nelle università e le loro idee sono ancora poco sfruttate. C’è un capitale  intellettuale enorme nelle nostre facoltà”. Per anni si è cercato di creare un ecosistema dell’innovazione ma non si è riusciti, spiega Russi.

“Mancano i fondi di investimento, manca la propensione al rischio, manca un circuito di investimenti che faccia crescere l’ecosistema. In Silicon Valley si i venture che hanno quote in Facebook hanno quote anche nelle società che Facebook compra. E così ad ogni livello. In Italia è stato fatto molto, ma per parlare di ecosistema maturo c’è ancora molta strada da fare”.