Il nostro smartphone riconoscerà il nostro volto, ma il rischio per la privacy è enorme

Una nuova tecnologia allo studio di Apple e Samsung sostituirà il le impronte digitali. Cosa rischiamo Samsung, Apple e Sony stanno accelerando i tempi per lanciare delle tecnologie che consentano di sbloccare smartphone e tablet tramite il riconoscimento facciale dei proprietari del dispositivo. Niente più password, o impronte digitali, la sicurezza per l’accesso al mobile sarà consentito da queste tecnologie, che sono in grado di ricostruire una faccia, riconoscendo un volto tra milioni e rendendo praticammente impossibile ogni forma di alterazione. Il modo? Secondo il Wall Street Journal le tecnologie a disposizione non sono più futuribili, ma stanno per essere messe a punto.

La gara a chi arriverà prima in un business che promette

Chi arriverà prima e avrà quella più sicura potrà contare su un bel vantagio sulla concorrenza, in quello che è oggi il settore più redditizio dell’economia internazionale. La scannerizzazione facciale, considerata più sicura e più facile da usare, rispetto a quella delle impronte digitali, oltre a sbloccare il sistema di accesso al dispositivo, potrà consentire anche pagamenti online e il lancio sicuro delle app. Apple per i suoi iPhone punta su dei nuovi sensori in 3D, sui quali però mantiene il massimo riserbo.

Come funziona il riconoscimento facciale

La telecamera in 3D è in grado di catturare un’immagine molto ben definita dei volti e anche di fare un test oculare biometrico, effettuando il riconoscimento in un millesimo di secondo, non solo tenendo l’iPhone in verticale ma anche lasciandolo in orizzantale sul tavolo. L’obiettivo di Apple, secondo il WSJ, è quello di sostituire la scannerizzazione delle impronte digitali entro l’anno. Anche Samsung (che ha già introdotto il riconoscimento oculare) e Sony stanno lavorando a un riconoscimento facciale in 3D. La fotocamera, in questi casi, effettua un primo riconoscimento dell’immagine in bianco e nero, poi applica un effetto profondità e infine assicura il tocco finale, inviando sul volto dei punti infrarossi per il riconoscimento finale.

Il problema della privacy e dei nostri dati

Ovviamente l’operazione presuppone un archivio dati in cui immagazzinare le informazioni personali, sulla base delle quali la fotocamera effettuerà il riconoscimento e lo sblocco del dispositivo. Apple sta studiando il modo di custodire i dati personali nel modo più sicuro direttamente nel dispositivo, senza l’invio a un cloud. La privacy sui sistemi di sbloccaggio dei dispositivi costituirà uno dei requisiti essenziali per la vendita degli smartphone e dei tablet. E potrà in futuro essere applicata anche su altri dispositivi. Per esempio Amazon intende montare una telecamera per il riconoscimento facciale su Echo, l’assistente vocale personalizzato, utilizzato soprattutto per ascoltare in casa la musica e per programmare la tv.

 

Perché Snap vuole comprarsi un’azienda cinese di droni che fanno selfie?

“Se riesco ad arrivare alla fine di questo discorso oggi, sarà la prima volta che porto a termine qualcosa qui ad Harvard”. Mark Zuckerberg, visibilmente emozionato, in giacca e cravatta, per salutare e ispirare i neo laureati di Harvard, dopo aver ritirato la laurea ad honorem, parte proprio da dove ha lasciato, il ritiro dall’Università, per trasferirsi in California e occuparsi del successo planetario della sua creatura, Facebook. “Il più bel ricordo dei tempi passati qui è sicuramente quello di aver incontrato Priscilla (poi diventata sua moglie). Entrare ad Harvard è forse ciò che ha reso i miei genitori più orgogliosi”.

“Trovare un obiettivo non è abbastanza”
Dopo una parentesi privata, si rivolge alla platea in un lungo discorso tutto incentrato sulla necessità di trovare uno scopo nella vita e lavorare perchè la libertà di averne uno appartenga a tutti. Sono parole incentrate sul sociale, sull’importanza della collaborazione e soprattutto sulla forza che si può trarre da una comunità mondiale forte e interconnessa. “Sono qui per dirvi che trovare un obiettivo non è abbastanza, la sfida è creare un mondo in cui tutti abbiano uno scopo nella vita. Averne uno ti fa sentire di appartenere a qualcosa più grande di noi stessi…Quando i nostri genitori si sono laureati – ha continuato – per loro c’era il lavoro, la chiesa, la comunità. Ma oggi la tecnologia e l’automatismo stanno eliminando molti lavori. Il senso della comunità è diminuito. Molte persone si sentono depresse, mentre cercano di riempire un vuoto. Ho viaggiato molto […] ho incontrato tanti che mi hanno detto come la loro vita sarebbe stata migliore se avessero avuto qualcosa da fare”.