Sempre di più gli under 13 ‘schiavi’ del vamping

Un ragazzo su 2 rimane connesso per ore durante la notte utilizzando spesso profili social finti

Il vamping, ovvero la tendenza dei ragazzi a navigare su Internet durante la notte – e già diffusa tra gli adolescenti – ha ora contagiato anche i giovanissimi di età compresa tra gli 11 e i 13 anni. E’ quanto emerge dall’indagine su Internet e minori in Italia condotta da Eset, il più grande produttore di software per la sicurezza digitale dell’Unione europea, secondo cui un ragazzo su 2 rimane connesso per diverse ore durante la notte utilizzando molto spesso profili social finti che nessuno conosce, risultando quindi non controllabili dai genitori e al tempo stesso facile preda della rete degli adescatori.

Un bimbo su 3 adescato sul web tramite profilo falso
A questo proposito, un preoccupante 35% dei preadolescenti ammette di essere caduto nella trappola del grooming, ovvero di essere stato adescato da un adulto attraverso un profilo fake. E se non sorprende che l’utilizzo che i giovanissimi fanno di Internet sia prevalentemente focalizzato sulle chat di WhatsApp (95%), i nuovi social network come music.ly (78%) ed i giochi online come Clash Royal (65%), ben il 90% ammette di condividere sui social con sconosciuti contenuti privati ed informazioni personali.


 

 

Una ‘catena di montaggio’ di le startup. Il modello E-Novia, spiegato

Come funziona una fabbrica di startup che ha portato in Italia un modello nuovo. Intervista a Vincenzo Russi, ad di E-Novia

“No, non siamo un incubatore d’impresa, né un acceleratore. A noi piace definirci una fabbrica. Una fabbrica di startup”.

Vincenzo Russi, classe 1959, amministratore delegato di E-Novia, sintetizza così l’idea che nel 2015 ha portato lui, Ivo Boniolo, Sergio Savaresi e Cristiano Stelpa a creare l’azienda. Attraverso partnership mirate con le Università, E-Novia finanzia ricerche in grado di far nascere “idee che possono diventare imprese”. Un modello inedito in Italia, meno all’estero, che ha portato la società a sviluppare finora 12 aziende e un fatturato che lo scorso anno si è chiuso a quota 3milioni (+75% sull’esercizio precedente). “Per ora abbiamo un forte focus su startup della mobilità e dei big data. Abbiamo finanziato ricerche che hanno prodotto aziende come Blurake eHiride, sistemi intelligenti per migliorare le prestazioni delle biciclette. Ognuna di queste aziende, tutte controllate di E-Novia, vengono da ricerche universitarie che noi abbiamo finanziato. I loro manager sono ex dottorandi delle facoltà, molti dal Politecnico di Milano”.

Una catena di montaggio di startup. Ognuna, sono 12 in tutto le controllate di E-Novia, lavora ad un progetto o a una parte del progetto. La più nota è Zehus, una batteria per biciclette che massimizza l’energia prodotta dalle pedalate, e finora ha raccolto 5.5 milioni di euro raccogliendo finanziamenti anche da Invitalia Ventures, il fondo della controllata del ministero dell’Economia. “Il nostro modello si basa su fatturato dei prodotti creati e exit. Noi facciamo nascere queste imprese, diamo loro una struttura imprenditoriale e l’obiettivo finale è venderle una volta che avranno le spalle robuste”, spiega Russi.

“Oltre la mobilità, stiamo lavorando molto sull’intelligenza artificiale e il cloud per la raccolta e l’elaborazione dei dati che arrivano dai nostri sensori. In molti riconoscono che da questi dati sarà più facile la prevenzione delle malattie, ed è molto importante raccoglierli”. Una forte propensione all’hardware quindi. “Le 12 società nate in E-Novia hanno tutte un core business legato al mondo dei veicoli. Per noi è una strategia precisa. Sappiamo che è un buon mercato e che queste tecnologie sono in rapido sviluppo. Sono le stesse che vengono sviluppate in ambito automotive, ma noi non possiamo competere con i colossi dell’auto. Quindi le applichiamo al mondo delle due ruote e degli appassionati della corsa in bici”. Alcune delle imprese nate in E-Novia riguardano la robotica applicata alla produzione di beni. “Sensoristica e robotica vanno insieme. Guardiamo con molta attenzione al piano Industria 4.0 del governo, oggi già i primi effetti si sentono perché abbiamo avuto le prime commesse per alcuni dei nostri sensori”, rivela Russi.

La lezione della Silicon Valley
E-Novia è un’azienda italiana. Ma Russi, che per anni ha lavorato come manager in Silicon Valley e Boston, per il futuro guarda al di là dell’oceano. “A metà maggio apriremo una sede a San Francisco. Io come imprenditore sono cresciuto lì. Negli anni Novanta ho visto nascere i primi incubatori d’impresa come Y-Combinator e 500 Startups. So che loro stanno cominciando a sganciarsi dagli investimenti in applicazioni puramente software per puntare sul mondo dei veicoli e più in generale dei prodotti fisici. Per noi potrebbe aprirsi un mercato interessante”. Con questo passo l’azienda si prepara anche a varare un nuovo aumento di capitale. “Cercheremo nuovi soci e nuovi partner industriali. L’obiettivo è raccogliere 20 milioni”.

Finanziare ricerche che diventano imprese
Quello che è del tutto innovativo come modello è il rapporto con le università italiane. “Noi finanziamo le ricerche. Facciamo con le università dei contratti quadro e le idee che ne vengono fuori diventano nostre imprese. L’università porta in autonomia le sue ricerche su dei temi. Una volta completate le ricerche a noi spetta trasformarle in business”. Nel Regno Unito questo modello ha portato alla nascita nel 2001 di Ip Group, oggi quotato a Londra con una capitalizzazione di mercato di 788 milioni.

Ma avere lo stesso successo in Italia è difficile. “Noi conosciamo le difficoltà dell’ecosistema italiano dell’innovazione. Prima di investire abbiamo provato a ragionare se non fosse meglio fare come gli altri e creare acceleratori o incubatori di startup. La nostra soluzione è stata suggerita dal fatto che la vera innovazione oggi in Italia si fa nelle università e le loro idee sono ancora poco sfruttate. C’è un capitale  intellettuale enorme nelle nostre facoltà”. Per anni si è cercato di creare un ecosistema dell’innovazione ma non si è riusciti, spiega Russi.

“Mancano i fondi di investimento, manca la propensione al rischio, manca un circuito di investimenti che faccia crescere l’ecosistema. In Silicon Valley si i venture che hanno quote in Facebook hanno quote anche nelle società che Facebook compra. E così ad ogni livello. In Italia è stato fatto molto, ma per parlare di ecosistema maturo c’è ancora molta strada da fare”.

Cristian vuole curare l’Alzheimer con un algoritmo. E vuole farlo in Italia

Per Forbes è tra gli under 30 più infuenti nel campo della scienza e della salute

Ha solo 30 anni – compiuti appena qualche giorno fa – ma Cristian Salvatore, ricercatore brianzolo del Cnr, ha già in mano la chiave per rallentare l’Alzheimer: un algoritmo da lui sviluppato che riesce a garantire una diagnosi precoce.

Un’idea da premiare
La sua intuizione ha conquistato le Fondazioni Accenture, Enrico Mattei e Feltrinelli, che hanno premiato il suo progetto, insieme a quelli di altri 18 under 30, nell’ambito del concorso ‘Youth in Action for Sustainable Development Goals’. Scopo dell’iniziativa, permettere ai giovani di acquisire nuove competenze rivolte al raggiungimento degli “Obiettivi di Sviluppo Sostenibile” e di svilupparle all’interno di grandi aziende e realtà appartenenti al mondo del non profit. Come quella della Fondazione Bracco, dove Salvatore vedrà crescere la sua ‘creatura’.

Prima del concorso, del ricercatore del Cnr, che non ci pensa proprio a fuggire dall’Italia, si era accorta la rivista Forbes che lo aveva inserito tra i 30 under 30 più influenti d’Europa nel campo della scienza e della salute.

Ma in cosa consiste il progetto?
TRACE4AD (The Radiologist’s Cognitive Eyes for Alzheimer Deasease) è l’intelligenza artificiale applicata all’imaging medico. Detto in parole più semplici, “il radiologo si connette, invia l’immagine e in una decina di minuti ottiene il report”, spiega Salvatore all’Agi. Questo perché “l’algoritmo da me sviluppato è in grado di apprendere le caratteristiche distintive della patologia dalle immagini del cervello di pazienti per i quali la diagnosi e il decorso sono noti”, ha sottolineando il ricercatore illustrando il suo progetto. Queste stesse caratteristiche, poi, vengono utilizzate “per effettuare la diagnosi di un nuovo paziente e predire l’eventuale progressione della malattia”.

Un approccio rivoluzionario
Conoscere prima la malattia significa combatterla meglio. “Poiché non esiste una cura, ottenere una diagnosi in anticipo aiuta a rallentare la progressione della malattia, in un momento in cui i danni a livello neurologico ancora sono contenuti. E ciò ha delle ripercussioni positive sulla vita del paziente”. Non solo: il nuovo approccio contribuisce anche a perfezionare i clinical trial e i nuovi trattamenti.

I benefici sono anche economici
TRACE4AD non rivoluziona solo l’approccio terapeutico: “Questo metodo consente una forte riduzione dei tempi e costi per diagnosi e predizione di progressione del morbo di Alzheimer, con una forte ricaduta sulla spesa sanitaria e conseguente disponibilità potenzialmente universale e a prezzi accessibili. Nonché una riduzione di tempi e costi sui clinical trial.

Come nasce 
Dopo la laurea in Fisica all’Università Bicocca di Milano, l’Istituto Bioimmagini e Fisiologia Molecolare del Cnr è diventato la seconda casa di Cristian Salvatore che, tra quelle mura, ha conseguito la magistrale e poi ha continuato con il dottorato. Il tema della diagnostica per l’Alzheimer è arrivato proprio sotto forma di proposta di tesi magistrali. “In quell’occasione ho sviluppato le mie competenze sull’argomento che mi hanno portato fino a qui”. Quanto al futuro, Salvatore è concentrato sul suo algoritmo e “sullo sviluppo concreto della piattaforma grazie anche allo stage della Fondazione Bracco”.